CHE COSA ACCADE NELLA STANZA DEI COLLOQUI?

Tra luoghi comuni e realtà, per farsi un’idea di una psicoterapia

Si prende appuntamento. Due persone si incontrano in una stanza. L’emozione può essere in primo piano, può accompagnare una prima presentazione di sé. E a presentarsi, comunque, è anche colui che si pone di fronte, in ascolto, in qualità di terapeuta. Anche lui partecipa all’emozione di un primo incontro.

Non c’è obbligo ne regola rispetto a cosa dire. Neanche rispetto al come, al quando. Ognuno potrà così “scegliere” la sua personalissima modalità con cui iniziare ad abitare questo spazio, questa stanza, questa relazione. In tale circostanza il terapeuta diviene, se necessario, una sorta di facilitatore della comunicazione.

In questi primi momenti si sta impercettibilmente costruendo una possibile “alleanza di lavoro”, basata su un senso di fiducia più o meno consapevolmente percepito verso il terapeuta. Perché anche il terapeuta è inevitabilmente osservato e valutato.

Accade che si arriva con “il problema”, con un sintomo già riconosciuto tale, oppure con il bisogno di capire quale è il problema, avvertendo un malessere non ben precisato, ma insistente e disturbante.

È un fermarsi e cercare di capire, insieme, qualcosa che evidentemente sfugge, che non si riusciva prima, da soli, a mettere in evidenza a sé stessi, a gestire.

Ma tutto ciò può costare anche una certa fatica, e la motivazione, di conseguenza, gioca un ruolo importante. Si investe tempo e denaro.

I primi colloqui si definiscono generalmente di consultazione, ovvero di conoscenza e valutazione, reciproca, per pervenire ad una “restituzione”, da parte del terapeuta, di quanto compreso; insieme poi si va a delineare e condividere una possibile chiusura o eventuale evoluzione della stessa consultazione, che sfocia in un percorso di psicoterapia.

Si è invitati a lasciar defluire il più spontaneamente possibile il proprio pensiero, le proprie associazioni, senza badare troppo a formalismi o logiche razionali. Lasciarsi cioè portare dal flusso di sensazioni e pensieri che naturalmente emergono, soprattutto in un incontro. Saranno inerenti il passato, il presente dentro e fuori dalla stanza dei colloqui, il futuro, sia riconducibili alla dimensione del reale e sia a quella dell’immaginario, della fantasia. Anche i sogni.

Il dialogo, fondato su un rapporto di fiducia crescente, rappresenta il mezzo attraverso qui si persegue una sorta continua tessitura dei vari aspetti di sé che gradualmente emergono; come se si trattasse di riuscire ad arrivare ad una immagine di sé più complessa e articolata, arricchita di nuove scoperte, capace di rendere un’idea di sé maggiormente comprensiva ed esaustiva.

Si è quindi in un percorso di conoscenza. Questa è inevitabilmente connessa con quelli che potrebbero essere intesi come gli effetti della scoperta. Ovvero, con le reazioni emotive, che subito ci informano di come quella conoscenza raggiunta apre (o chiude) davanti a noi possibilità e percorsi.

È un brivido. La conoscenza autentica di sé viene a costituirsi come potenziale leva per un cambiamento. Rappresenta una verità interiore, che gioca un ruolo fondamentale nell’orientare scelte e comportamenti, assumendo significato come valore-guida interiore.

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